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    "E’ con un po’ di malinconia che mi accingo a scrivere questo articolo. Anche se non è certo l’ultima pubblicazione ..." Continua...

PostHeaderIcon Intervista a Jesper St.Clare

Jesper St.Clare in una foto di archivio.

New York – dalla nostra reporter Elizabeth Cornell – Oggi abbiamo l’enorme piacere di offrirvi l’intervista a uno dei personaggi più noti, e tuttavia più misteriosi, che orbitino attorno al Project H.O.P.E.: il famosissimo Jesper St. Clare.

Per i pochi che non lo conoscessero, St.Clare è consulente personale del Primo Ministro britannico Winston Churchill e, come certamente saprete, è anche membro dell’O.E.M. Britannico – presumibilmente fra i suoi fondatori – oltre che uno dei maggiori ispiratori della nascita dello stesso Dipartimento H.

Come se non bastasse, è anche l’unico al mondo ad essere affiliato – seppur saltuariamente – a due diverse squadre di Meta-Umani: la Freedom Flags americana e i Protectors britannici. Per inciso, le migliori che esistano.

Ha calcato le prime pagine di giornali e riviste decine di volte eppure, benché non abbia mai lesinato foto, non si era mai concesso pubblicamente a un’intervista di un quotidiano americano: tutto ciò che sappiamo di lui ci arriva attraverso chi lo conosce e lo frequenta abitualmente.

Oggi, finalmente, avremo l’occasione di sapere chi è davvero Jesper St.Clare, uno dei maggiori artefici della resistenza del Mondo Libero.

Il luogo scelto per l’intervista è un anonimo ma piacevole locale di Manhattan, il sig. St. Clare si presenta da solo, impeccabilmente in orario. È decisamente un bell’uomo, veste elegante e si muove con grazia e sicurezza. Faccio per alzarmi, ma lui me lo impedisce: «La prego, stia comoda.» Ha anche una bella voce.

Non posso fare a meno di guardarmi attorno, i pochi presenti nel locale (sono le 10:00 del mattino) lo hanno riconosciuto e sono visibilmente eccitati, ma lui non dà segno di essersene accorto e non mi toglie gli occhi di dosso. Ordino un caffè, mentre lui prende un calice di vino.

Elizabeth Cornell: Mr. St. Clare per prima cosa vorrei ringraziarla per la sua disponibilità a rilasciare questa intervista, mi rendo conto che è un uomo oltremodo impegnato e…

Jesper St. Clare: Sono io a ringraziarla, Lizzie. Posso chiamarla Lizzie, non è vero? (Sorride.)

EC : …Certamente. Posso chiederle cosa l’abbia spinta a cambiare idea circa la riservatezza che ha sin qui mantenuto?

JSC: Direi che la mia è tutt’altro che riservatezza, semmai è un’esigenza. In genere fra i miei detrattori passo per un vanesio megalomane o mitomane, per cui le confesso che mi dà una punta di soddisfazione, sapere che invece l’opinione pubblica la pensa diversamente.

EC: Lei ha dei detrattori? Non riesco a immaginarlo…

JSC: Sarebbe sorpresa dal loro numero. Com’è che si dice? Tante luci, tante ombre.

EC: Allora vorrebbe raccontare ai lettori di The Daily Minuteman chi è davvero Jesper St. Clare?

JSC: Oh, beh, questa è facile: Jesper St. Clare è un consulente delle Forze Armate Britanniche ed ora anche di quelle Statunitensi. È un uomo libero che ama l’idea di restare tale e per questo si impegna con tutte le sue forze contro un oppressore arrogante e prepotente.

EC : Bella risposta, anche se un po’… “preconfezionata”. Non vorrebbe raccontarci un po’ del passato del sig. St. Clare?

JSC: In genere sono più orientato verso il futuro, ma per lei farò un’eccezione. (Mi fa l’occhiolino e ridacchia). Sono nato a Londra: mia madre era inglese e mio padre francese, si sono equamente divisi nome e cognome da darmi. Di mia madre non ho ricordi: è morta dandomi alla luce, mentre di mio padre ricordo l’ostinazione con cui mi insegnava il francese nonostante vivessimo nel peggior sobborgo di Londra. Anche lui morì che ero molto piccolo, avevo appena sette anni. La sorprenderebbe scoprire che ho vissuto in strada quasi tutta la mia infanzia?

EC: Decisamente si! Ha modi troppo aristocratici perché possa credere che sia stato un ragazzo di strada!

JSC: I modi si possono imparare, basta trovare il Maestro giusto. È proprio come le ho detto: sono cresciuto come un ladruncolo, piuttosto sveglio e abile di mano, ma quasi certamente destinato a una brutta fine, in carcere o peggio. Nella banda che frequentavo mi chiamavano “Le Petit Voleur” (“Il Piccolo Ladruncolo”, n.d.r.).

EC: E poi cosa le è successo? Com’è riuscito a diventare l’uomo che è ora?

JSC: Ho avuto la fortuna d’incontrare il Maestro giusto, come le dicevo. Austin Osman Spare mi ha preso sotto la sua ala, insegnandomi tutto ciò che sapeva, e permettendomi di riscattare il mio passato.

EC: Austin Osman Spare? Non credo di averne mai sentito parlare...

JSC: Non mi sorprende affatto. È un grande artista e un grande personaggio, ma è anche un uomo che ama decisamente tutelare la propria privacy. Tra l’altro mi ringrazierà di cuore, quando saprà che ho fatto pubblicamente il suo nome! (Qui si lascia andare a una bella risata, con lo sguardo perso oltre la vetrina del locale). Grazie a lui ho imparato questi modi da “aristocratico”, come lei dice, e sono stato introdotto negli ambienti più esclusivi di Londra.

EC: È in quegli ambienti che ha conosciuto il Primo Ministro inglese Winston Churchill?

JSC: A dire il vero no. La prima volta che ho incontrato Winston Churchill è stato a una mia conferenza: mi ha stretto la mano dicendo che era molto interessato alle tesi che avevo esposte. Era il 1924 e non avevo ancora idea di chi fosse, né tanto meno di chi sarebbe diventato. Diventammo amici nel ’31, dopo che l’aiutai a scampare a un incidente d’auto – successivamente rivelatosi un attentato – qui a New York, sulla 5th Avenue. Eravamo entrambi a un convegno.

EC: Nel ’24 lei aveva soltanto 22 anni, come poteva essere relatore a una conferenza?

JSC: Vedo che ha fatto i compiti. (Sghignazza). Diciamo che sono sempre stato un ragazzo precoce.

EC: E come è arrivato a diventare consulente e consigliere del Primo Ministro?

JSC: È molto semplice: le mie teorie si sono dimostrate esatte.

EC: Quali teorie, se può essere più specifico?

JSC: Credo che ormai non sia più un mistero. Ero convinto che il Reich stesse imbastendo una campagna militare non convenzionale, con la quale presto avrebbe invaso l’Europa. Allora non avevo ancora idea del pandemonio che ne sarebbe venuto fuori, ma ormai è sotto gli occhi di tutti. Churchill è tra i pochi a darmi credito; se abbiamo ancora un’opportunità di farcela è grazie a gente avveduta come lui.

EC: Lei parla al presente, vuole dire che ancora adesso, nonostante l’evidenza delle sue ragioni, ci sono persone che continuano a darle contro?

JSC: Come le ho già detto, sarebbe sorpresa di sapere quante. Col tempo ho imparato, mia cara Lizzie, che non è tanto questione di avere ragione: la gente ama tenersi strette le proprie sicurezze e se qualcuno le mette in discussione… può anche avere tutta la ragione del mondo,  ma diventerà comunque un seccatore.

EC: Ma grazie a lei abbiamo finalmente la possibilità di difenderci dai Meta-Umani nazisti e giapponesi… di questo, almeno, anche i suoi detrattori dovranno esserle riconoscenti!

JSC: Non è così semplice, temo. E in ogni caso non è certo solo merito mio. Il Project H.O.P.E. esiste grazie a persone come il dr. Hope, che ne curano il funzionamento e l’efficienza. Io sono solo un coordinatore.

EC: Parlando del dr. Hope… sono vere le voci che riferiscono di dissapori fra voi due?

JSC: Direi di sì. È più che comprensibile, se ci pensa: guardiamo il mondo da prospettive molto differenti, che temo siano inconciliabili. E poi lo trovo decisamente troppo cupo e serioso, a me piace ridere e godermi la vita, specie ora che è minacciata da un nemico così spietato.

EC: Mi sembra un peccato che i due massimi artefici della resistenza mondiale siano in contrasto fra di loro…

JSC: Non dobbiamo piacerci per forza, Lizzie. Siamo troppo diversi. L’importante è che ognuno di noi faccia bene il proprio lavoro, e su questo non ho dubbi che il dr. Hope sia una garanzia assoluta!

EC: Bene allora. Sa, dopo averla conosciuta, non riesco proprio a immaginarla impegnato in una missione di combattimento assieme ai Protectors o alla Freedom Flags…

JSC: (Ridacchia). Lo prenderò come un complimento.

EC: Certamente lo è!

JSC: Diciamo che nonostante i miei “modi da aristocratico” potrei sapere il fatto mio.

EC: Con quale delle due squadre si è trovato meglio?

JSC: Non faccio preferenze: tutte le missioni in cui sono stato impegnato sono andate a buon fine e questa è la cosa importante. Inizialmente avevo più affinità con i membri dei Protectors, visto che sono stato io ad arruolarli nella squadra, ma ormai sono a mio agio su entrambe le sponde dell’Atlantico.

EC – TDM: E mi dica, c’è del vero nelle voci che la vorrebbero sentimentalmente legato a Rose, la Meta-Umana dei Protectors?

JSC: Spiacente, ma mi avvarrò di un laconico “no comment”.

EC: Lo prenderò per un sì (St. Clare ridacchia). E di coloro che la definiscono come un impenitente rubacuori che mi dice?

JSC: Se vuole, di questo parleremo più tardi, quando avrà riposto il suo taccuino.

(Il cameriere ci porta le ordinazioni e lui prende a sorseggiare il suo vino.)

EC: Di certo è un uomo molto affascinante…

JSC: La ringrazio. Detto da una donna tanto bella suona quasi vero. (Sorride malizioso).

EC: Ma è davvero stato lei l’ideatore del Project H.O.P.E.?

JSC: No, a dire il vero l’idea fu del Primo Ministro Churchill. Io feci parte della delegazione con la quale comunicò l’idea al Presidente americano, che tra l’altro ne fu entusiasta fin dall’inizio.

EC: Ciononostante il progetto ha incontrato molti intoppi – qualcuno lo osteggia ancor oggi – come lo spiega?

JSC: È la stessa storia di prima, Lizzie. La gente ama mantenere le cose come stanno, fa resistenza al cambiamento perché ne è spaventata. Non capisce che il cambiamento è non solo inevitabile, ma anche benefico. Anche se non vogliamo, il mondo cambierà comunque, e se non saremo noi a guidarlo, sarà il cambiamento a condizionarci.

EC: Questa ha tutta l’aria di una risposta metafisica…

JSC: È la cosa più concreta e reale che le abbia detto oggi. Le cose cambiano, che le piaccia o no. Nessuno vuole la guerra, eppure guardi: ormai anche il vostro paese è stato trascinato in guerra.

EC: Da una vigliacca aggressione a sorpresa!

JSC: Lizzie, la guerra è piena di azioni vigliacche, tutte progettate per sorprendere il nemico. Sia chiaro, non sto giustificando i giapponesi, ma il Presidente Roosevelt era a favore dell’intervento anni fa, e se il Congresso non avesse tentennato tanto per la paura di “cambiare”, forse la storia sarebbe andata diversamente. È chiaro che questa è solo una mia opinione, ma se mi permette una punta di narcisismo, sono molto bravo a intuire come andranno le cose.

EC: Quindi lei è fra quanti avrebbero voluto un intervento degli Stati Uniti prima dell’attacco su Pearl Harbor?

JSC: Per risponderle dirò solo che in questi tre anni la Germania non ha incontrato validi antagonisti e ciò le ha dato il tempo e gli strumenti per fortificarsi. Crede che sia un bene o un male?

EC: Tutto chiaro. E come pensa che stia andando, la guerra, ora?

JSC: Stiamo combattendo bene, stiamo facendo del nostro meglio. Ma la strada è ancora lunga.

EC: Quali pensa che siano i nostri punti di forza e le nostre debolezze?

JSC: Se li rivelassi, poi mi arresterebbero per delazione! (Ride sonoramente, attirando l’attenzione degli altri ospiti del locale). Diciamo che il vostro intervento in guerra ci ha garantito la “sostanza”, visto che gli Stati uniti non difettano per mezzi e risorse. Quello che forse ancora un po’ ci manca è la “qualità”.

EC: Vuole dire che i Meta-Umani dell’Asse sono migliori dei nostri?

JSC: Voglio dire che dieci anni di ricerche ed esperimenti possono fare la differenza ed è su questo che i Nazisti  puntano. In tutta onestà, nonostante il genio del dr. Hope, l’Asse ha più esperienza di noi sui Meta-Umani, soprattutto sul loro addestramento e impiego. Le nostre squadre sono inviate in battaglia dopo cinque o sei mesi di addestramento al massimo e talvolta, in azione, risultano carenti. Stiamo colmando questo divario, ma è ancora presente.

EC: Sinceramente, Mr. St. Clare, mi lascia basita. Non ho mai sentito nessuno descrivere la situazione attuale in questi termini… a sentirla sembra quasi che stiamo perdendo!

JSC: (Sorride) Questo è uno dei difetti che i miei detrattori mi imputano più spesso, Lizzie. Tendo a dire le cose come stanno, o almeno come io le vedo, senza fronzoli. Ragioniamo insieme: L’Europa è stata praticamente conquistata dalle truppe naziste. La Gran Bretagna è strangolata dall’embargo e oggetto di pesanti bombardamenti pressoché quotidiani ai quali non riesce a reagire efficacemente. Una frazione del governo francese è in esilio, mentre i suoi tre quarti collaborano coi tedeschi. Gli Stati Uniti hanno perso la quasi totalità della loro flotta navale del Pacifico e i cantieri sono sovraccarichi di lavoro per ricostruirla. Il Project H.O.P.E. è pienamente operativo, ma nel tentativo di far fronte alla crescente minaccia dei Meta-Umani, è costretto ad inviare in missione squadre di ragazzi non sempre adeguatamente addestrati. Direi che la nostra macchina bellica deve ancora essere oliata per bene, lei non trova?

EC: Dipinge un quadro molto pessimista, rispetto alle notizie ufficiali rilasciate dal governo… come riesce a restare così allegro?

JSC: Perché è una sfida, Lizzie. (Si infervora, ma senza rinunciare al suo sorriso) La mia libertà, la nostra libertà, dipende dal coraggio con cui la affronteremo. A me non importa quanto male le cose siano andate fino a oggi: mi interessa quanto coraggio e quanto impegno ci metteremo domani per farle cambiare! Hitler pensadi essere vicino alla vittoria finale, ma a me piace pensare che, quando sarà il momento, io sarò là per mettergli i bastoni fra le ruote!

EC: Posso chiederle che cosa la rende così sicuro di sé?

JSC: Presunzione, avventatezza, stupidità… l’hanno chiamata in molti modi. Io preferisco chiamarla Determinazione. Abbiamo eroi forti e coraggiosi, Lizzie, per la prima volta possiamo dire di avere una speranza. E io sono famoso per sovvertire i pronostici scontati!

EC: Un’ultima domanda, vorrebbe raccontarci che cosa fa lei, esattamente, per il Primo Ministro inglese e per il Presidente americano?

JSC: A questo temo di non poter rispondere, Lizzie. Si tratta di un segreto che non è prudente violare.

EC: Davvero? Non c’è proprio niente di cui ci possa parlare?

JSC: Mi creda, Lizzie, ci sono ottime ragioni se non ne parlo. Generalmente io non amo il “segreto militare” – la maggior parte dei miei conflitti con i vertici delle forze armate, di cui anche lei ha scritto, ne sono la prova – ma in questo caso preferisco ottemperarlo.

EC: Mi sorprende che si pieghi in questo modo al diktat di qualche graduato.

JSC: Forse non mi sono spiegato: questo segreto non lo impongono i militari, lo impongo io.

EC: Come vuole, non insisterò oltre. E mi dica, Mr. St. Clare, c’è qualcosa che vorrebbe dire ai lettori di The Daily Minuteman?

JSC: Direi di no. La propaganda è già abbastanza abile a fare proseliti per conto proprio.

EC: Sul serio? Niente di niente?

JSC: L’unica cosa che mi sento di dire è questa: non aspettate che qualcun altro combatta per difendere la vostra libertà. Potrebbe non piacervi cosa deciderà di farne dopo. Se combatto in prima persona è perché voglio essere io a decidere della mia libertà: quando si tratta della mia vita, non permetto a nessun altro di metterci su le mani.

EC: Molto bene, è stato molto chiaro, Mr. St. Clare. La ringrazio ancora per la sua disponibilità.

JSC: Grazie a lei, Lizzie.

Eccomi dunque, a tirare le somme dopo questa stimolante esperienza. Che altro aggiungere, su questo misterioso personaggio?

Ci ha detto tutto e niente.

Non mi era mai capitato di intervistare qualcuno che fosse nello stesso tempo dentro e fuori dalle istituzioni. Insomma, Jesper St. Clare è ormai quasi una leggenda, un pezzo grosso delle forze armate, eppure non esita a parlarne in termini poco lusinghieri, puntando il dito sulle inefficienze, anziché minimizzarle come farebbe un qualsiasi generale.
Parla di politici e di capi di stato come di suoi amici – di suoi pari – anziché coi toni ingessati di un qualsiasi burocrate. Jesper St. Clare somma in sé un’eleganza e una ricercatezza non comuni, oltre che una evidente sfrontatezza (dopo l’intervista, quando pensavo che se ne sarebbe scappato a gambe levate come fanno quasi tutti i miei intervistati, mi ha corteggiata per quasi un’ora, senza neppure ventilare la richiesta di “abbellire” l’intervista, come se non gliene importasse niente).
Di sicuro è un uomo tutt’altro che convenzionale: il suo fascino, tipicamente europeo, non ha niente dei modi affettati tipici degli aristocratici del vecchio continente. È una compagnia fresca, piacevole, decisamente sorprendente. La sensazione più forte che ho ricavato, nel mio incontro con lui, è quella di una profonda sicurezza, tanto che anch’io, adesso, ho più fiducia.

Se devo essere sincera, sono proprio contenta che ci sia una persona come lui ai vertici della resistenza: un uomo così ti fa credere che ogni cosa sia possibile!

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