Be our Prodigy 2009

Il testo vincitore dell’edizione 2009 (autore Paolo Capponi)
“Quando ho aperto gli occhi, la prima immagine fu quella di bianchi soffitti sconosciuti. Non riuscivo a muovere il collo e così ero costretto a fissare perennemente quel candido nulla: per non annoiarmi, cercavo d’intravedere forme fantastiche attraverso il cemento, come se il mio sguardo potesse perforarlo e plasmarlo in immagini che vivevano e si muovevano nella mia mente. Era l’unico passatempo che avevo, quando il dolore era ancora tenuto al guinzaglio dai tranquillanti. Un giorno ho sentito il respiro di una persona al mio fianco. Ho cercato di ruotare il collo, ma la pelle era come carta vetrata che si ripiegava su se stessa e dopo qualche tentativo ho rinunciato. Doveva essersi addormentato nel vegliarmi; o almeno così decisi di credere. Chiusi gli occhi e fu buio di nuovo. Mi risvegliai nell’udire voci intorno al mio letto. Nell’offuscamento del sonno scorsi tre sagome, quella di un dottore mezzo calvo in camice bianco e occhiali piccoli e di due ragazzi talmente belli da sembrare due attori: lei era snella ed elegante, molto carina e con una chioma bionda che le scendeva dietro la schiena; lui si presentava alto e atletico, capelli castani e lineamenti delicati. E aveva due grandi ali bianche. Un Meta-Umano!, esclamai.
Parlavano di me. Non compresi molto, ma mi bastarono poche parole per precipitare nel terrore. Ricordo che una musica danzava nell’aria: Libiamo de’ lieti calici, da La traviata di Verdi.
«Ma non c’è niente che si possa fare?» chiese il ragazzo.
«Che vuoi che ti dica?» replicò il medico con pesante sconforto «Ha il corpo completamente bruciato, non al settanta o all’ottanta, ma al cento per cento! È un miracolo che sia ancora in vita!»
«Cazzo,» ringhiò il giovane. Si portò una mano al viso in preda al dolore. La ragazza gli accarezzò i capelli con dolcezza.
«E se procedessimo con il trattamento?» propose lei.
«Signorina Kingdom,» le rispose il dottore con tono risentito «vuole forse finire di uccidere questa povera creatura?»
«Dottor Savella,» replicò la fanciulla altrettanto alterata e per nulla intimidita, puntandogli contro un severo dito, «intanto non siamo sicuri che morirà, visto che moltissimi pazienti ormai non rigettano il trattamento e danno ottimi risultati. E poi se deve stare così … se questa è vita allora io non sono più Miss Wonder!»
Cadde il silenzio: il medico guardava da una parte e rifletteva, mentre gli altri due si erano chiusi in un invisibile spazio privato, sussurrandosi frasi di conforto.
Il suo corpo è bruciato! Il mio corpo è bruciato!
Mi sentii sprofondare in un abisso nero, come nell’orbita vuota di un teschio. Il dolore iniziò a piantare chiodi nelle mie braccia, nelle gambe, sul petto e la pancia, sul viso. Oddio! Oddio! Volevo andarmene, fuggire, rovesciare il letto e scappare. Ma il corpo non rispondeva, completamente paralizzato dalle ustioni.
Mugolai qualcosa. Il dottor Savella e gli altri accorsero al mio capezzale. «È sveglio!» constatò esterrefatto «Signore Iddio, è sveglio!»
Rimasero immobili per qualche istante – probabilmente non era previsto che mi destassi; poi il dottore iniziò a farmi delle domande: «Mi sente?»
Provai a rispondere sì, ma fu come inghiottire cocci di bottiglia: riuscii solo a mugolare.
Lui se ne accorse e mi disse subito, gesticolando molto, come se stesse parlando ad un bambino: «No, no, non mi risponda, se non ci riesce. Batta le palpebre: due volte per il no, tre per il sì. Vogliamo provare?»
Almeno i miei poveri occhi potevano aprirsi e chiudersi senza provocarmi troppo dolore.
«Capisce bene l’inglese?»
Chiusi le palpebre per tre volte. Sì.
«Molto bene. Io sono il dottor Christopher Savella e lei si trova in una struttura del governo americano a Los Angeles, negli Stati Uniti. È una specie di grande ospedale per i casi particolari come il suo. Ha capito tutto ciò che le ho detto?»
Ripetei sì secondo il nostro codice delle palpebre.
«Ora veniamo alla parte più triste,» si schiarì la voce «Purtroppo lei ha subito una grave ustione in seguito ad un incidente e …»
«I nazisti hanno attaccato il treno su cui viaggiava,» lo interruppe la ragazza.
«Non c’è bisogno di essere così espliciti,» obiettò il giovane con le ali.
«No, Gabriel,» insistette adirata «è giusto che sappia! È giusto che sappia che quei bastardi assassini hanno fatto una strage per creare un diversivo! Hanno ammazzato centinaia di persone solo per distrarre la nostra attenzione. Figli di puttana!»
Il racconto che seguì fu per me pieno di lacune e parole incomprese: mi stavo davvero rendendo conto della situazione disperata in cui versavo e in quel momento la morte mi sembrò un’opzione assai comoda, mentre sentivo gli arti come stritolati dal filo spinato. Ma il motivo principale del mio panico era un altro: di ciò che loro mi narravano io non ricordavo assolutamente niente. Niente, il vuoto totale, come se quella storia appartenesse a un estraneo.
Io? Io ho avuto un incidente col treno? Quale treno? Dove andavo? Non ricordo nessun treno. Non so nemmeno se l’ho mai preso il treno, io.
Silenzio.
Terrore.
Consapevolezza.
E … chi … sono … io? CHI-SONO-IO???
Buio.
Mi risvegliai e il ragazzo-angelo mi vegliava sempre, talvolta in compagnia di quella che capii essere la sua fidanzata.
Per distrarmi mi raccontarono di come si erano conosciuti – durante il ciclo di addestramento al Dipartimento H (Ci siamo visti e, beh, era così bello con queste ali bianche!) – e delle loro avventure belliche. Lei era Elizabeth Kingdom, figlia di un ricco magnate americano di origini inglesi; sua madre era di stirpe nobile ed era scappata con il futuro marito contro il volere dei suoi genitori. La sua famiglia si tramandava una reliquia molto importante: si trattava dei celeberrimi “Bracciali di Ercole”, grazie a cui la snella ragazza di buona famiglia poteva acquistare una forza sovrumana e indossare la maschera di Miss Wonder, supereroina impavida e affascinante.
Il ragazzo alato invece si chiamava Gabriel Kandinskij, era di origini russe ma americano al cento per cento. Era nato con le scapole malformate, che gli creavano imbarazzanti escrescenze dietro la schiena, simili ad ali di pollo. I suoi genitori, abbastanza aperti da non trattarlo come un mostro, si misero presto alla ricerca di una qualche clinica che potesse, se non risolverla, almeno dare una spiegazione a quella storia delle scapole anormali. Un bel giorno sentirono parlare del Dipartimento H e vi portarono il loro amato quanto strano figlioletto. Durante il periodo dello sviluppo, quegli ossi esposti iniziarono ad ingrandirsi a vista d’occhio e a ricoprirsi di un candido piumaggio, in tonalità con la sua carnagione pallida. Dopo un lungo addestramento, venne il giorno in cui Gabriel diventò Angelboy, il ragazzo-angelo, l’eroe più amato dalle ragazzine americane, l’angelo mandato dal cielo per liberare il mondo dall’incubo nazista. E dall’Arischer Sturm.
Mi parlarono anche del Dr. Hope, di Jesper St. Clare e dei loro progetti. Mi parlarono delle Wunderkammern.
Io ascoltavo in silenzio, impaurito e meravigliato. In ogni caso le loro storie mi distraevano dai chiodi di dolore che torturavano la mia pelle. Almeno, per qualche fortuito istante, riuscivo a non pensare al mio corpo bruciato e sfigurato, che ormai immaginavo avesse ben poco di umano.
Non volli mai guardarmi allo specchio. A che sarebbe servito? ‘Fanculo gli psicologi: non voglio vedermi allo specchio, non voglio scoprire quale mostruosità sono diventato – chiunque io sia.




